Non vi piace? Rifatelo con l’AI

Se ripensiamo a com’era il mondo del software solo qualche anno fa, sembra di parlare di un’altra era geologica. Vi ricordate i software venduti in scatola? Quelli con il supporto fisico, il seriale cartaceo che ci si passava tra amici o colleghi, e la certezza che quel programma, una volta acquistato, fosse “tuo” per sempre.

Poi le cose sono cambiate.

Dalla scatola al servizio
Siamo passati all’autenticazione via cloud, agli account obbligatori, ai registri dei seriali online. Il software ha smesso di essere un prodotto ed è diventato un servizio.

Il problema? Nel tempo, i servizi si sono moltiplicati anche quando non servivano a nessuno. Le funzioni accessorie sono cresciute, i costi sono lievitati, e la risposta del mercato è stata per anni un rassegnato “va bene così, i tempi cambiano, aumenta tutto”. Ma la verità è che spesso ci ritroviamo a pagare abbonamenti salati per usare una minima frazione di ciò che ci viene imposto.

In mezzo a questo panorama, l’open source ha cercato di fare da scudo. A volte basta (pensiamo a strumenti eccellenti), ma spesso no — altrimenti non staremmo qui a discutirne. Strumenti come GIMP o LibreOffice fanno uno straordinario lavoro, ma colmare il divario con le suite commerciali più blasonate non è mai stato semplice.

Fino a oggi.

L’effetto dirompente dell’AI e del “Reverse Engineering”
Negli ultimi tempi, gli standard di sviluppo software hanno cambiato marcia. Starci dietro è diventato vertiginoso.

Poi sono arrivati progetti orientati al reverse engineering spinto dall’intelligenza artificiale. Non sto dicendo che stiano riscrivendo la storia, ma poco ci manca. È un concetto simile alla filosofia open source: “Non ti piace quel software? Puoi rifartelo”. Certo, non è mai stato semplice, ma oggi la velocità e la semplicità sono moltiplicate per mille.

Basta un’IA decente, poche decine di euro e la capacità di guidarla con i giusti prompt per clonare (o reinventare) praticamente qualsiasi cosa. Il software proprietario, che con il modello Software as a Service ha spennato gli utenti per anni, rischia ora di fare i conti con il proprio karma.

Le Craft Apps sono proprio questo.

Forse non parliamo ancora di soluzioni pronte per la uso aziendale, ma il ritmo con cui questi strumenti vengono aggiornati fa intuire che, nel giro di pochi mesi, il panorama del software applicativo potrebbe essere molto diverso da com’è oggi.

Anche il mondo del gaming è lì lì per venirne travolto, basti pensare ai recenti sforzi che si stanno facendo per portare su PC giochi PS5 per arrivare pronti al rilascio di GTA VI.

Pro e contro della nuova frontiera
I vantaggi e gli svantaggi di questo nuovo modo di “creare su misura” ricalcano in gran parte quelli delle alternative open source, ma con un’accelerazione esponenziale e nuove implicazioni:

I Pro
Cucito su misura: Hai un software essenziale che fa esattamente quello che ti serve. Se manca una funzione, probabilmente puoi svilupparla o integrarla rapidamente con un prompt.

Addio al Vendor Lock-in e al Bloatware: Non sei più ostaggio di formati proprietari o di fornitori che aumentano i prezzi a caso. Inoltre, elimini software pesante e funzioni inutili create solo per giustificare nuovi abbonamenti.

Nativi multipiattaforma: Si parte da standard moderni: per Linux (e non solo) arriva tutto, con l’interfaccia giusta e senza compromessi o conversioni fatte male.

Democratizzazione e prototipazione lampo: Passare dall’idea al prototipo funzionante richiede ore invece di mesi. Chiunque abbia una buona conoscenza di dominio può creare strumenti su misura senza budget enormi.

I Contro
Manutenzione, sicurezza e stabilità: Chi manterrà questi software nel tempo? Saranno patchati rapidamente? Aggiornare così di frequente — senza il filtro di un ciclo di sviluppo umano tradizionale — aumenta il rischio di instabilità.

Rischio legale e di licenza: Clonare o riprodurre software proprietario alza interrogativi complessi su copyright, brevetti e protezione delle interfacce (UI/UX).

Impatto sull’open source storico: C’è il rischio concreto di travolgere i progetti open source decennali, che faticano a reggere il passo con questa nuova velocità generativa.

Considerazioni finali
Non sono mai stato un fondamentalista contro il software commerciale, ma l’arrivo di questa ondata apre interrogativi filosofici profondi.

Il modello del software proprietario venduto as is (così com’è, a caro prezzo e chiuso in un ecosistema blindato) ha i giorni contati. Il mercato sta cambiando radicalmente, e chi produce software dovrà trovare un nuovo senso d’essere, perché “rifarselo da soli” non è più fantascienza: è già qui.